Per molti è ancora lui l’uomo più potente d’Italia. Ministro degli Esteri, Vicepresidente del consiglio, ex premier del nostro paese, un anno fa è stato vicinissimo a raggiungere la più alta carica istituzionale dello Stato e diventare Presidente della Repubblica. Glielo impedì il veto di Forza Italia, per probabili accordi non raggiunti con il “nemico che gli strizza l’occhietto”, Silvio Berlusconi. Piace, indubbiamente piace, alla destra e a molti elettori del centrodestra, avendo all’attivo un intervento militare in Kosovo nel 1999, la costituzione della Bicamerale per riscrivere la costituzione con personaggi che solo un anno prima aveva definito “un pericolo per l’Europa”, e posizioni spesso di forte opposizione con i (veri) rappresentanti della sinistra, la cosiddetta “sinistra radicale”.Quando era Presidente del Consiglio definì Mediaset «Un grande patrimonio del nostro paese» ricevendo ancora una volta un plauso dai suoi oppositori. Stava già costruendo la sua scalata alla Presidenza della Repubblica? Di certo, confidando nella sua intelligenza, non poteva essere un’espressione dettata dalla sincerità, perché le persone informate sanno bene che non è l’azienda Mediaset ad essere patrimonio dello Stato, bensì sono le frequenze, cioè l’etere che è di tutti, ad essere il vero patrimonio, del quale la suddetta azienda si è impadronita e ne ha fatto uso gratuito per anni.
Le frequenze sono limitate, ce ne sono pochissime, distribuite in pratica nei pochi tasti del nostro telecomando. Chi le occupa ha a disposizione decine di milioni di Italiani che prendono in mano il telecomando, e quindi non ha bisogno di molta fatica per arricchirsi vendendo gli spazi pubblicitari ed imponendo trasmissioni di bassa qualità e di rincitrullimento generale alle quali con il passare degli anni ci siamo abituati. Quindi Mediaset è sì un grande patrimonio, ma non per l’Italia, bensì per i suoi azionisti. Nata da finanziamenti misteriosi mai precisati, grazie ad agganci politici dell’era Craxiana, contro DUE sentenze della CORTE COSTITUZIONALE che l’hanno dichiarata abusiva, è servita ad un partito appena nato a farsi una pubblicità ignobile e diventare il più votato [o tele-ascoltato] d’Italia. Infrangendo le regole della par condicio in maniera vergognosa, soprattutto dal ‘93 al ‘96. Ora ci sono le autorità garanti, ma ormai, con il 22% circa di consensi, tale partito non ha più bisogno di un aiuto così evidente, e si limita ad una nuova forma di sostegno dalle reti aziendali, più nebuloso e difficilmente individuabile dall’elettore medio. D’Alema tutte queste cose le ha sempre sapute, ma solo fino al 1994, poi ha ritenuto più conveniente per la propria carriera dimenticarsele.
Verso la fine degli anni ‘80, il candidato alla Presidenza della Repubblica Massimo D’Alema viene accusato di aver preso una mazzetta da un certo Francesco Cavallari, un miliardario barese poi condannato per associazione di stampo mafioso. Giunto ad un passo dalla prescrizione, il PM lasciò decadere l’accusa (diventata ormai inutile vista l’impossibilità di una condanna per decadenza dei termini), e a quel punto il baffetto AMMISE IL FATTO. Certo, si dirà, in quel periodo le tangenti le prendevano tutti. Quindi è giustificabile. Il solito principo per cui sono tutti colpevoli, QUINDI sono tutti innocenti. Poi però torna alla mente che Libero Grassi si è fatto ammazzare, per non aver pagato il pizzo. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono stati assassinati, per aver lottato senza paura contro la Mafia. Chi vuole diventare la più alta carica del nostro Stato non può essersi macchiato di certe azioni.
Poi, recentemente, gli intrallazzi telefonici e l’intromissione negli affari delle scalate bancarie, che tutti conosciamo.
Quest’oggi D’Alema ha commentato la decisione di scendere in piazza da parte di alcuni ministri del nostro governo come qualcosa di inammissibile. Gli risponde su Repubblica Pietro Ingrao (lui sì che meriterebbe, per ciò che ha fatto, di sedere al Quirinale),che gli suggerisce di preoccuparsi piuttosto di come il governo dovrà rispondere alle domande che i cittadini gli porranno scendendo in piazza. Ad un uomo di sinistra non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma, ormai possiamo considerarlo un dato di fatto, D’Alema uomo di sinistra non lo è più.
Come sempre, vi invito a guardare un piccolo video di Piero Ricca. Qui D’Alema, dopo aver antipaticamente snobbato un ragazzo che gli poneva una domanda scomoda, reagisce stizzito quando gli viene ricordata la prescrizione per tangenti. Risponde, a Piero Ricca che coraggiosamente gli ricorda il fatto, dicendo che “si sbaglia PROFONDAMENTE” e minaccia la querela. Basta però andare su Wikipedia, scivere “Massimo D’Alema” e scoprire che chi poneva la domanda si sbagliava solo su un piccolo cavillo: è vero che la sentenza di prescrizione non è mai avvenuta, perché come spiegato prima il PM ha rinunciato a procedere poco prima della prescrizione. Ma lui dopo ammise il fatto, la tangente la prese, i soldi li intascò, e poi nel processo aspettò la decorrenza dei termini. Quindi non ci si sbaglia PROFONDAMENTE ad accusarlo di essere un prescritto per tangenti. Ma Berlusconi ha fatto scuola: negare sempre, negare l’evidenza, negare la verità. Così il pubblico si dividerà tra chi crede a te e chi crede al giornalista.
Aveva ragione Nanni Moretti, quando più di 10 anni fa nel bellissimo film “Aprile” chiedeva alla classe dirigente di sinistra di farsi da parte, perché ormai logora, sporca e corrotta, e lasciar spazio alle nuove generazioni di giovani, con degli ideali, con un sogno, con ancora l’entusiasmo dell’onestà.
Naturalmente, dopo 10 anni da quel disperato appello, gli uomini sono ancora sempre gli stessi.

Vecchio vecchio, la situazione è difficile.Meglio continuare a riposare